|
Vicinissimi
Qualche riflessione sul popolo degli animali
Anno di pubblicazione: 2004 - © di Giuliano Sadar - da
www.oltrelaspecie.org
All'inizio, la solita obiezione. C'è tanto da fare per gli umani, che i
"non umani" possono pure attendere. Detta così, fila liscia che è un
piacere. E l'animalismo un passatempo per borghesi annoiati e disattenti
ai veri problemi del mondo. In realtà, i meccanismi di questo
ragionamento sono ingenui (nel migliore dei casi) o disonesti (nel
peggiore) quanto quelli per cui è necessario abbracciare la filosofia
del transgenico per non far morire la gente di fame. O quelli per cui i
problemi del sottosviluppo sono legati a una scarsa produzione di
risorse e non alla loro iniqua distribuzione. Subito un esempio per
chiarirci: un manzo adulto ogni giorno consuma una quantità di vegetali
dodici volte superiore a quella di un umano. Lo sviluppo dell'industria
della carne richiede quindi uno sfruttamento di alimenti vegetali che da
soli permetterebbero di sfamare un miliardo di persone. I milioni di
ettari di foresta tagliata nel terzo mondo per farne pascoli (esercizio profittevolissimo per le multinazionali degli alimenti), sono terra
tolta ai contadini, costretti ad emigrare nelle città e a lavorare nei
macelli, e distruzione della biodiversità. E quando ciò non è possibile,
la logica del profitto consente in Occidente allevamenti intensivi (di
polli, bovini, suini, visoni, struzzi, cavie da sperimentazione) dove la
manodopera è ridotta al minimo e il rendimento cadaveri/ora è massimo.
Catene di montaggio di morte dove gli animali, imbottiti di
tranquillanti, estrogeni e altre schifezze, vivono nella sofferenza
nell'attesa della fine. Catene di montaggio. Di morte. Dove le urla di
dolore e disperazione dei non umani vengono vissute con abominevole
distacco della specie superiore. E' breve attesa per i vitelli, ad
esempio, lasciati anemici per soddisfare le nostre voglie da culi pieni
di carne delicata e bianca, che lasciano nella disperazione le loro
mamme. Sì, le mucche. E allora? La morte più o meno atroce, dipenderà
dal buon cuore degli umani. I quali poi si ammaleranno di tumori
all'apparato digerente o di patologie cardiocircolatorie per le loro
gozzoviglie di grassi animali. Discorsi distanti? No, vicinissimi. Li
vedete dentro la vostra bistecca o nel vostro panino di mortadella. O
nella confezione a basso prezzo nel superdiscount.
Per un animalista (parola stupida, come se non
fossimo tutti animali.), il problema sta a monte: l'animale è essere
capace di provare dolore, paura, angoscia, condizioni necessarie e
sufficienti per venir rispettato come essere vivente. Tutto diverso
dallo specismo stile WWF. Ma l'obiezione, anche qua: l'uomo ha un
livello di coscienza e di arbitrio che lo rende diverso e superiore.
Attenzione: è la stessa logica che fece dire ad altri umani che i nati
"male", i portatori di handicap non servono, quindi vanno eliminati. E
così i vecchi, e così le donne, e così i diversi.
E' questo il nodo che sinora non è stato sciolto. I
diritti degli uomini, in gran parte del mondo sono traditi e vilipesi.
Ma i diritti degli animali non sono riconosciuti dagli uomini,
soprattutto gli uomini sfruttati. Perché il nemico è il medesimo. E il
pensiero "democratico" accusa su questi temi un ritardo di anni-luce. In
questo, figliato della stessa tradizione giudaico-cristiana che mette
l'uomo appena sotto Dio. Lo sfruttamento degli esseri non umani è quindi
legato alle stesse logiche di dominio di quello degli umani. E
l'imbarbarimento dei rapporti fra umani frutto dell'economia di mercato,
ha portato a un imbarbarimento dei rapporti fra umani e animali.
Altro esempio? I pellerossa. Annichiliti, più che
sterminati. Stragi, certo. Ma la loro eliminazione come soggetto storico
e sociale, è passata attraverso lo sterminio dei bufali, che, all'arrivo
dei primi colonizzatori bianchi, popolavano le terre dell'Ovest
americano. I pellerossa avevano con i bufali un rapporto di stretta
simbiosi ed ecosostenibilità. Ne cacciavano e ne uccidevano quel che
bastava per il loro nutrimento, usavano il pelo per scaldarsi, le ossa
per costruire utensili. E li veneravano come fonte di vita. Lo
sterminio, sistematico e mirato, operato dai cacciatori bianchi a metà
'800 (nell'ordine dei milioni di capi) ha tolto alle culture pellerossa
identità e autosufficenza economica e alimentare. Tanto che poi è stato
facilissimo per i colonizzatori estendere la dominazione totale su terre
spogliate dei loro naturali abitanti "non umani".
Oggi la forbice che separa la percezione dei diritti
umani e i diritti "non umani" si è amplificata a dismisura. Accompagnata
da una allucinante schizofrenia: si sprecano le professioni sul rispetto
per gli animali, si piange per il proprio cagnolino morto, magari per
cause naturali, mentre l'animale della cui carne ci si nutre, non
esiste. Non ci si cura di quanto sia stato sfruttato e umiliato,
malnutrito quando era in vita. "Se i macelli avessero i muri di vetro,
tutti diventerebbero vegetariani", fa un detto. Ma prima dei macelli,
punto d'arrivo cruento della filiera di morte, vengono gli allevamenti.
Alle galline ovaiole, vere e proprie macchine da produzione di uova,
tenute vive sino a quando serve, stipate in loculi ridottissimi, una
vicina all'altra, vengono somministrati calmanti e, spesso, tagliato il
becco perché non si feriscano fra loro. I pulcini diventano polli in 40
giorni, invece che sei mesi, perché vengono tenuti in ambienti con luce
accesa e imbottiti di antidepressivi e antibiotici. I pulcini non
considerati "idonei" a diventare polli o le pulcine non considerate
idonee a diventare galline ovaiole, vengono triturati vivi appena nati,
e vanno a costituire materiale per i mangimi animali: che per più di
dieci anni sono stati somministrati ai bovini, erbivori, costretti a
diventare carnivori per sopravvivere. Con il placet dei baroni della
zootecnia. In ossequio al falso mito, circolato per anni in Italia, che
la ricerca deve coniugarsi all'industria per avere un senso. Esistono
allevamenti di fagiani "pronta caccia", liberati poi in natura per
diventare bersaglio dei cacciatori delle aziende faunistico-venatorie
(all'Arcicaccia e a Legambiente non fischiano le orecchie?), e non
sopravvivono neppure la prima notte, per il disappunto dei cacciatori,
perché muoiono di stenti, o predati, dato non riescono neanche a volare
sugli alberi, perché un albero non sanno neppure cosa sia. Una cifra:
solo in Italia nel 2000 gli allevamenti di fagiani "pronta caccia" hanno
"prodotto" più di due milioni e mezzo di animali.
Tocchiamo solamente di striscio l'argomento della
vivisezione e degli esperimenti su animali. L'obiezione anche qui è
tanto ovvia quanto superficiale, e dice che con il "sacrificio" di
animali permette la messa a punto di medicinali e cure utili per l'uomo.
Sarebbe obiezione su cui fermarsi almeno a riflettere, se non fosse che
esistono modelli vivisettivi virtuali (troppo costosi.) e se non fosse
che gli esperimenti vengono fatti soprattutto per testare l'allergenicità
di saponi e bagnoschiuma, di prodotti per la casa, di prodotti
petroliferi. Proprio in questi giorni è nel mirino di una campagna
animalista la Huntington Life Sciences, società anglo-americana che
effettua esperimenti su animali su commissione. Alla Hungtinton muoiono
circa 180.000 animali all'anno. Il "giro di affari" è sterminato. Per
dare un'idea, solo in Italia, secondo la SHAC (Stop Hungtinton Animals
Cruelty, sito www.shac.net), la Hungtinton Life Sciences ha o ha avuto
come clienti Aventis, Bayer, Biotech Italia, Bristol-Myers Squibb BV,
Chiron, Dow Corning Corporation, DuPont, DuPont Pharma, Eli Lilly, Glaxo
Wellcome, Merck, Merial Italia, Monsanto, Novartis, Parke-Davis,
Pharmacia & Upjohn International, l'Istituto di Ricerca di Biologia
Molecolare, Roche, Searle Farmaceutici, Shell Italia, Smithkline Beecham
farmaceutici, Yamanouchi Pharma.
Gli animali sono sempre più merce da consumare, priva
di una propria dignità, immessi in mercati lucrosissimi e globali. Il
mercato delle specie esotiche e selvatiche a livello mondiale è minore
come giro d'affari solo al traffico mondiale di droga. E anche qui, il
massimo della schizofrenia. Ci si scandalizza del leone in gabbia nella
villa del camorrista, per l'orso ammalato nello zoo (altro discorso
delicato, che qui non tocchiamo), ma non ci si volta neppure per le
tartarughe che da decenni vengono importate a milioni dagli allevamenti
americani della Louisiana per venire a morire nelle vaschette di casa
nostra. Sino a qualche anno fa, la percentuale di sopravvivenza al primo
anno di vita era di una su dieci. Sono animali a sangue freddo,
difficili da allevare con successo in cattività. Ma questo gli
allevatori, gli importatori e i gestori di negozi di animali non lo
dicono. La storia delle tartarughe d'acqua vendute come animali
d'affezione è sintomatica per capire come funzionano gli interessi nel
mercato globale.
Dagli anni '60 sino a quattro anni or sono, dagli
Stati Uniti, via aeroporto di New Orleans, arrivavano in Europa sino a 8
milioni di tartarughe "dalle orecchie rosse" dette così per una striscia
rossa che disegna i lati del loro muso. Dopo che, finalmente, le
associazioni animaliste e conservazioniste statunitensi erano riuscite a
far entrare le "orecchie rosse" nell'Allegato II CITES, lista che
raccoglie gli animali dichiarati a rischio di estinzione e quindi
protetti, la Comunità europea nel 1997 ha bandito l'importazione in
Europa di questi animali. Ma gli allevatori hanno facilmente aggirato la
norma, catturando e mettendosi ad allevare specie ibride, ipocritamente
chiamate "cugine" delle "orecchie rosse", liberamente esportabili in
tutto il mondo perché non facenti parte della lista CITES. E questo vale
per tutti i tipi di rettili, gli iguana, i camaleonti, vittime ultima
sarco-moda dell'animale "strano" in casa.
Questo scritto, inevitabilmente superficiale, ha
trattato solo una parte dei problemi. L'uomo - parafrasando una felice
espressione usata dalla Lega Antivivisezione in un suo manifesto -
dovrebbe finalmente dichiarare la pace agli animali dopo aver fatto loro
guerra da secoli. Ma l'uomo, specie nel secolo appena trascorso, non ha
dichiarato guerra agli animali per gioco. Gli animali sono oggetto di
sfruttamento. Il loro sfruttamento è direttamente proporzionale al
profitto degli umani. Gli animali non hanno sindacati. Solo gruppi
spesso considerati dai più - anche a sinistra - manipoli di sconsiderati
acchiappasogni.
E invece le logiche dello sfruttamento degli animali
(come cibo industriale, oggetti di affezione, cavie, oggetti di
divertimento, fornitori di materiali per oggetti spesso inutili) sono
strettamente, drammaticamente correlate alle stesse logiche di dominio
proprie dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
INVIA QUESTA NOTIZIA AD UN AMICO 
|